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11/07/2013

Per la Cassazione il cliente ha sempre il diritto di recedere (quando è il pf a collocare il prodotto)

di Fausto Fasciani

Il cliente ha sempre il diritto di recedere dal contratto d’investimento qualora questo sia stato sottoscritto in caso di offerta fuori sede. La questione è stata oggetto di una recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ( SS.UU. Cass Civ. 13905/3 giugno 2013). La pronuncia nasce dal fatto che un cliente di una nota rete bancaria aveva citato in causa la stessa dopo aver sottoscritto un contratto, a seguito della sollecitazione di un promotore finanziario, per l’acquisto di obbligazioni corporate emesse da una società poi andata fallita.

L’attore, chiedendo la restituzione della somma investita, deduceva la nullità del contratto per varie ragioni tra le quali la mancata previsione nel contratto del diritto di recesso a favore del cliente così come contemplato dall’articolo 30 comma sesto del testo unico della finanza che, appunto, prevede la sospensione per sette giorni decorrenti dalla sottoscrizione  “dell’efficacia dei contratti di collocamento di strumenti finanziari o di gestione dei portafogli individuali conclusi fuori sede” oltre che l’eventuale recesso da parte del risparmiatore. La domanda del cliente veniva accolta sia in primo che in secondo grado (Corte d’Appello di Palermo). Contro tale sentenza la Banca proponeva ricorso in Cassazione affermando che, a suo giudizio, l’art. 30  per “contratti di collocamento” farebbe riferimento oltre alla gestione di portafogli alle sole operazioni ricollegabili al servizio di collocamento ossia all’offerta al pubblico di strumenti finanziari effettuata dall’intermediario in esecuzione di un contratto da esso stipulato con l’emittente o con l’offerente ed alle condizioni da quest’ultimo indicate. Sul punto sia in dottrina che a livello giurisprudenziale si è registrato un ampio dibattito.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte stabiliscono ora che il termine “collocamento” “è da intendere in senso ampio, come sinonimo di atto negoziale mediante il quale lo strumento finanziario viene fatto acquisire al cliente e quindi inserito nel suo patrimonio”. In pratica la Corte intende il termine “contratto di collocamento” in senso estensivo cioè quando la vendita fuori sede ha luogo anche in esecuzione di un servizio d’investimento diverso e quindi la facoltà di recesso per il cliente costituisce una forma di ulteriore difesa per il consumatore.

Ma è interessante notare come viene percepita l’opera svolta dai promotori finanziari. Scrivono infatti gli Ermellini “è la circostanza che l’operazione d’investimento si sia perfezionata al di fuori della sede dell’intermediario a rendere necessaria una speciale tutela per l’investitore al dettaglio perché ciò significa che, di regola, l’iniziativa non proviene da lui. E’ logico cioè presumere che, in simili casi, l’investimento non sia conseguenza di una premeditata decisione dello stesso investitore, il quale a tale scopo si sia recato presso la sede dell’intermediario, ma costituisce il frutto di una sollecitazione, proveniente da promotori della cui opera l’intermediario si avvale; sollecitazione che, perciò, potrebbe aver colto l’investitore impreparato ed averlo indotto ad una scelta negoziale non sufficientemente meditata. Il differimento  dell’efficacia del contratto, con la possibilità di recedere senza oneri per il cliente, vale appunto a ripristinare, a posteriori, quella mancanza di adeguata riflessione preventiva che la descritta situazione potrebbe aver causato”.

E se il cliente dovesse “approfittare” del diritto di recesso in caso di forte oscillazione del prezzo a lui sfavorevole?  La Suprema Corte non escludendo questa possibilità scrive “va osservato che il rischio di un utilizzo non corretto del diritto di recesso potrà eventualmente, ove si dia il caso,  essere neutralizzato invocando il principio generale di buona fede, che deve presidiare qualsiasi rapporto contrattuale, ma non vale certo a negare il fondamento stesso sul quale il riconoscimento di quel diritto riposa. D’altronde, è inevitabile che il riconoscimento di una maggiore tutela in favore dell’investitore che acquista si traduca in una posizione meno vantaggiosa per l’intermediario che vende, ma questa è la contropartita dei vantaggi che, su più larga scala, lo stesso intermediario si ripromette di conseguire utilizzando per la vendita dei prodotti finanziari un sistema di commercializzazione capillare esterna per certi versi più aggressivo (“porta a porta”), anziché attendere che i clienti vengano ad acquistare quei medesimi prodotti in sede”.

CHE NE PENSATE?